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Scienze sociali in dialogo

araujo vera

Introduzione al Seminario

Agire agapico e scienze sociali

Vera Araújo - sociologa, è coordinatrice di Social-One.

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Saluto con sincera gioia i colleghi che già conosciamo e con i quali abbiamo avuto la possibilità di scambiare qualche idea sia nel Convegno del 2005 “Relazioni sociali e fraternità: paradosso o modello sostenibile?” sia nel Seminario svoltosi alla Cattolica di Milano: “Umanizzare la società”.
Ma alcuni sono qui per la prima volta e mi sembra un atto doveroso presentare la realtà Social-One: la sua ispirazione, i suoi obbiettivi, la sua storia, la sua metodologia.

In questo modo questa breve Introduzione può chiarire cosa proponiamo e cosa ci auguriamo da questo seminario.
Il gruppo “Social-One” (Scienze sociali in dialogo) nasce come maturazione direi quasi naturale e necessaria da una esperienza di vita anzitutto spirituale, ma che da subito toccava le radici stesse del nostro pensare. Siamo un “noi” composito e variegato, internazionale, di sociologi e studiosi del servizio sociale che si incontra con regolarità e lavora in comunione di intenti condivisi.

Il nostro comporsi in comunità scientifica deriva dalla consapevolezza sempre più profonda che la spiritualità e il carisma di Chiara Lubich a cui ci ispiriamo, sia in grado di offrire un paradigma nuovo per le scienze sociali. Un paradigma che, secondo il prof. Adam Biela dell’Università Cattolica di Lublino (Polonia), «può aiutare a rendere più civilizzata la realtà sociale, a trasformare estese aree di disintegrazione, conflitti, guerre e morti insensate, preparate da uomini per altri uomini, in spazi di integrazione, concordia, benevolenza reciproca tra gli uomini» (Laudatio in occasione del conferimento del dottorato honoris causa in Scienze sociali a Chiara Lubich, Lublino, 9.6.1996).
Dichiarare questa nostra fonte di ispirazione in modo esplicito è dettato, ovviamente, solo dal desiderio di onestà intellettuale e culturale.

La spiritualità di Chiara Lubich poggia su due cardini fondamentali. Il primo è l’unità, quell’unità che è frutto e compimento dell’amore-agape, cioè dell’amore dispiegato nella vita e nell’insegnamento di Gesù di Nazaret con tutta la sua ricchezza anche antropologica e sociale. L’unità compresa e vissuta come forza capace di comporre la famiglia umana, realizzando una interazione profonda fra i più, nella necessaria distinzione, nel contesto delle realtà sociali. Vale a dire, senza disconoscere ma anzi affrontando tutte le divisioni e i contrasti frutto di scelte e realtà politiche, etniche, linguistiche, sociali, religiose (cf. 1 Cor 12).

Il secondo cardine della spiritualità dell’unità è la contemplazione e la comprensione del grido di Gesù in croce [“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34)] come luogo e momento della piena rivelazione dell’amore di Dio verso l’umanità e come chiave di comprensione e di risoluzione di ogni disunità, conflitto, anomalia fra gli individui e nella società.

In quel grido si concentra tutta la sofferenza del mondo: ogni limite, dubbio, ricerca, invocazione; ogni buio del cuore e della mente; ogni notte esistenziale e culturale; ogni no e ogni perché; ogni non so, ogni non posso sapere, per essere compreso e illuminato dal super amore di Colui che dal fondo dell’abisso si consegna e ci consegna ad un Altro che lo riceve.
Quel grido riassume il grido di tutti, di ogni sofferenza umana, e dà luce per comprendere che al fondo e dal fondo di ogni tenebra si trova un sì, una risposta di vita.

Questi due cardini: l’unità e l’abbandono del Cristo in croce formano come le due facce di una medaglia con in mezzo tutto il Vangelo, tutto il messaggio di Gesù, rivisitato e vissuto con la sensibilità della modernità.
Chiara e le sue prime compagne e compagni sin dall’inizio – siamo nel bel mezzo della seconda guerra mondiale nella città di Trento – erano convinti che il carisma che Dio le stava dando aveva un carattere universale: nel senso di abbracciare l’intera umanità (l’ut omnes unum sint [cf Gv 17,11]) e nel senso di penetrare tutte le realtà umane.
In 60 anni, nei cinque continenti sono nate le comunità del Movimento, affascinando persone di ogni ceto, classe sociale, razza, lingua, etnia come nei primi tempi del cristianesimo. Comunità vive che sperimentano l’unità, vivendo l’agape in ogni dimensione della vita, riconoscendo il volto dell’Abbandonato in ogni difficoltà personale e sociale. Un immenso laboratorio dove l’amore-agape prende forma nei singoli, nelle relazioni, dando vita a strutture economiche e sociali nuove.

Negli anni novanta nasce il Centro Studi del Movimento – la Scuola Abbà – che inizia la riflessione e la elaborazione di una dottrina dell’unità interdisciplinare, interculturale e interreligiosa. Sono una trentina i suoi membri provenienti dall’Europa dell’ovest e dell’est, oltre che dal Brasile e dagli Stati Uniti e rappresentanti oltre che la spiritualità, la teologia e la filosofia, le scienze umanistiche (economia, politologia, sociologia, psicologia, diritto, scienza delle comunicazioni, ecc) e le scienze della natura.

E’ in questo contesto che nasce Social-One che si prefigge di inserirsi e di proseguire nel filone di una sociologia umanistica che da tempo ormai punta l’obiettivo sulla centralità della persona come attore sociale creativo e non più come solo determinato dalla rete sistemica; come attore che agisce anche sotto la spinta di motivazioni interiori e morali. Nella storia della sociologia possiamo trovare alla base dei diversi paradigmi un’immagine dell’uomo, un’antropologia, ereditata più o meno consapevolmente dalle principali scuole filosofiche sorte già nel seicento. Gli esempi sono tanti. Tutto ciò sta a dimostrare – come afferma Bajoit – che ogni paradigma sociologico è debitore del contesto culturale, della cultura di un determinato periodo.

Questo apre un orizzonte nuovo per la sociologia esigendo nuovi spunti di riflessione e di ricerca, nuove chiavi di lettura, di comprensione e di interpretazione della realtà sociale, nonché proposte indicative di azione positiva e costruttive.

Sentiamo di poter e di voler dare un nostro specifico apporto in questo momento così complesso ma allo stesso tempo così affascinante della nostra disciplina, fatto ormai messo in rilievo da sociologi di grande valore.

Il nostro metodo di lavoro scientifico ricopia quello già sperimentato nella nostra vita spirituale:

  • Una comunità che vive l’amore-agape nello studio e nella ricerca, fra i suoi membri, e con tutti;
  • Che dialoga con tutte le discipline perché la verità non è raggiungibile senza l’apporto di tutti;
  • Che si apre all’apporto di altri contesti di civiltà;
  • Che si alimenta dell’eredità dei “classici” ma che si lancia verso il futuro.
    La nostra è ancora una breve storia. Frutto del nostro impegno, abbiamo realizzato tre convegni su tematiche centrali in ogni società e in modo particolare nella società moderna e, per noi, addirittura fondamentali.
    Il primo nel 2002 su “La relazione sociale”, il secondo nel 2003 su “Il conflitto alla luce del carisma dell’unità”. Nel 2005 un convegno di maggior spessore : “Relazione sociale e Fraternità: paradosso o modello sostenibile?”
    Dopo questo Convegno Social-One si è ingrandito. Sociologi e studiosi del servizio sociale hanno cominciato a camminare insieme con noi. Il lavoro ha iniziato a produrre articoli, ricerche, la pubblicazione per i tipi di Città Nuova del libro di Pitirim Sorokin “The ways and power of love” con il titolo italiano “Il potere dell’amore”.
    Nel 2007, su proposta dell’Università cattolica di Milano e del gruppo SPE (Sociologia per la persona) abbiamo realizzato un seminario a Milano dal titolo “Umanizzare la società”. Un momento di confronto aperto, sincero e costruttivo con la comunità accademica, sulle nostre riflessioni.
    Il lavoro è poi continuato maturando la focalizzazione di un punto nodale – l’agire agapico – come strumento di analisi sociale, e dunque di conoscenza della realtà sociale. Sarà questo il contenuto della relazione dei proff. Colasanto e Iorio che offriamo come proposta di riflessione e di dibattito. Anche se sarà utilizzato un linguaggio sociologico, crediamo con Bajoit che ogni discorso vuole un lessico specifico, per cui i concetti hanno significati che vanno chiariti.
    E’ mia intenzione individuare almeno alcuni dei diversi aspetti dell’agape che ispirano questa relazione che ascolteremo. L’agape di cui parliamo è quella che vuole produrre una Civiltà dell’amore (espressione usata per la prima volta da Paolo VI nel Natale 1975 e reiterata più volte da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) e la cui fonte è il Vangelo di Gesù, nell’esperienza di vita e di dottrina della Lubich.
  • L’agape è dono ricevuto e possibilità di ogni essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio che è Amore (cf Mt 5,44-45). E’ un modo di essere e di agire e che dona valore e senso a tutto quello che si fa: agli atteggiamenti, agli atti, ma anche alle motivazioni. Dunque, è sempre anche una scelta, un atto di volontà libero. Scrive Chiara Lubich: «Il dinamismo della vita intratrinitaria è incondizionato reciproco dono di sé, è totale ed eterna comunione (“Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” [Gv 17,10]) tra Padre e Figlio nello Spirito. Analoga realtà dunque si è avvertita essere impressa da Dio nel rapporto tra gli uomini. Ho sentito che io sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato da Dio in dono per me. Come il Padre nella Trinità è tutto per il Figlio e il Figlio è tutto per il Padre. E il rapporto fra noi è lo Spirito Santo, lo stesso rapporto che c’è fra le Persone della Trinità».
  • Questa dimensione dell’agape trinitaria, nel pensiero della Lubich non è un modello astratto. Essa, per mezzo e in Gesù – e in qualche misura anche senza conoscerlo - può ed è chiamata ad essere realizzata tra tutti gli esseri umani, anche nella vita sociale (cf Gv 15-17).
    «E abbiamo capito che dovevamo amarci fino a consumarci in uno e ritrovare nell’uno la distinzione. Come Dio, che essendo Amore, è Uno e trino» (Lectio in occasione del conferimento del dottorato honoris causa in teologia conferito dall’Università di Trnava [Slovacchia] nel 2003).
    Il filosofo e teologo Klaus Hemmerle, discepolo della Lubich, sottolinea e commenta questo rapporto divino - umano:
    «Solo il modello trinitario fa sì che ognuno sia, a suo modo, origine della società e che tuttavia la società sia qualcosa di più della somma dei singoli; che la società abbia una vita unita, comune, e che tuttavia questa vita sia quella di ogni singolo. Io, l’altro e il tutto diventiamo di volta in volta momento inaugurale, traguardo e fulcro del movimento».
  • L’agape proposta da Gesù, è reciproca. E’ questa la novità che Lui porta. L’amore di Dio e l’amore del prossimo erano già conosciuti. L’agape reciproco è il suo comandamento: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13,34).
    Dunque l’agape, anche se rimane gratuita, sboccia nella reciprocità. La Lubich insiste molto su questa dinamica della reciprocità: «Guarda dunque ogni fratello amando e l’amore è donare. Ma il dono chiama dono e sarai riamato. Così l’amore è amare ed essere amato: come nella Trinità».
  • La reciprocità dell’agape produce una realtà sui generis, una realtà nuova che trascende i due o più che si amano: l’unità (cf Gv 17,21).
    Tutto il Vangelo è visto da Chiara in funzione dell’unità. «… l’unità è al vertice dei pensieri di Gesù e riassume e sintetizza i suoi comandi. Questo è ciò che Gesù ci ha fatto intendere da sempre. Dio vuole da noi anzitutto (…) che suscitiamo dovunque cellule vive, con Cristo in mezzo a noi, sempre più ardenti; sempre più numerose; che accendiamo fuochi sempre più vasti nelle famiglie, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle parrocchie, nei conventi, per alimentare un incendio d’amore di Dio nella Chiesa e nella società».
  • L’agape vissuta fra creature umane si incontra, o meglio, si misura con il mistero del limite, del male. Gesù per primo sperimentò la persecuzione, il tradimento, il rifiuto, la catastrofe. La sua vita è sembrata un fallimento. L’appeso al legno è un condannato. Ed invece è qui che l’agape trionfa: nel suo dare la Vita, quella fisica e quella più vera, l’essere figlio di Dio. E’ l’amore creativo, che trasforma la vita dell’umanità. Gesù crocefisso e abbandonato potrà essere visto, accolto e rivissuto da chiunque come super amore.
  • Chiara comprende e insegna cosa significa questo dare la vita - sull’esempio del crocefisso abbandonato – per creare l’unità. Bisogna “farsi uno” con il prossimo.
    Farsi uno è un atteggiamento tipico dell’agape. Chiara ne sviluppa una vera pedagogia:
    «Il vero comportamento che interpreta la parola “amore”, “amare”, è il farsi uno, andare incontro al fratello, ai suoi bisogni, addossarsi le sue necessità, come anche i suoi dolori. Allora avrà significato dar da mangiare, da bere, offrire un consiglio, un aiuto»«Il farsi uno contiene tutte le qualità elencate da San Paolo nel suo Inno alla carità (1 Cor 13,1-13).
    Infatti per “farsi uno” è necessario essere longanime, che etimologicamente significa: privi di ogni impazienza.
    Quando ci si fa uno, si vuole sicuramente il bene.
    Da questo atteggiamento è ben lungi l’invidia.
    Per farsi uno non ci si può gonfiare, ma anzi occorre essere vuoti di sé.
    Si pensa solo all’altro e non c’è posto quindi per l’ambizione o l’egoismo.
    Quando ci si fa uno non ci si irrita, perché occorre molta calma; non si pensa male, perché ci si fa uno proprio sperando nell’altro il trionfo del bene, della giustizia, della verità.
    Il farsi uno è soffrire, credere, sopportare ogni cosa» (p. 86).

Tutte queste dimensioni dell’agape non sono staccate fra loro, ma sono inanellate una con l’altra unificando l’essere e il fare:
«Gesù ha detto: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri” ma non ha lasciato senza modello questo amore perché ha soggiunto: “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per gli amici”.
Sì: Gesù crocefisso e abbandonato è il modo di amare i fratelli. La sua morte in croce, abbandonato, è altissima, divina, eroica lezione di Gesù su cosa sia l’amore.

Questa visione di Gesù crocefisso e abbandonato è ciò che lo Spirito Santo ha scolpito nel cuore dei membri del nostro Movimento perché si sappia cos’è l’amore. Su di Lui – per quanto consente la loro debolezza – essi conformano la loro vita».

Ci sono altre due caratteristiche dell’agape che sono particolarmente importanti per un discorso sociologico.
Anzitutto l’agape non è un sentimento del cuore, è un fare. Nella parabola del “Buon Samaritano” (cf. Lc 10,29-37) il prossimo è colui che si è preso cura dell’uomo incappato nei briganti. Si tratta dunque di “farsi prossimo”, di prendersi cura. Amare è servire, un servizio concreto, verso persone concrete, che prende forma nel momento presente.
«Amare tutti. E, per realizzare questo, amare il prossimo. Ma chi è il prossimo? Lo sappiamo: non dobbiamo cercarlo lontano: il prossimo è il fratello che ci passa vicino nel momento presente della vita.

Occorre (…) amare questo prossimo ora. Quindi non un amore platonico, non un amore ideale: amore fattivo.
Bisogna amare non in modo astratto e futuro, ma in modo concreto e presente, adesso».

Il prossimo si rende presente non in luoghi speciali ma nella vita quotidiana, in tutti gli ambiti interpersonali e sociali, negli spazi dove tutti sono protagonisti, perché tutti sono invitati a prendere l’iniziativa, a far scattare il rapporto, la relazione.

Prendere l’iniziativa, senza aspettare che l’altro faccia il primo passo è una delle prove dell’autenticità dell’agape.
E così l’agape è sempre nuova, mai ripetitiva ma sempre creativa, non prevedibile; anche se è ordinata e se ha delle caratteristiche tipiche e costitutive, non si lascia codificare, né fossilizzare, ma rende chi la vive libero come il vento che non si sa da dove viene e dove va (cf. Gv 3,8).

Ci auguriamo vicendevolmente un Seminario ricco di spunti, stimolatore di novità nel percorso piuttosto difficile in cui si ritrova il sapere sociologico.

Cercare di comprendere l’agire agapico nella vita della nostra società invita ad assumerlo come humus e come principio orientatore del nostro parlare, ascoltare, stare insieme. Potrebbe essere un’esperienza di vita e di pensiero.

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