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Scienze sociali in dialogo

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Discussione del paper di M. Colasanto e G. Iorio
“Sette proposizioni sull’Homo Agapicus. Un progetto di ricerca per le scienze sociali

Giovanni Gasparini

 

 

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0. Una premessa su Scienze sociali, spiritualità e azione sociale

Ho iniziato a riflettere sul paper partendo dallo svolgimento del Seminario 2007 Social-One dal titolo “Umanizzare la società”, tenutosi presso l’Università Cattolica di Milano, nel corso del quale, nel mio intervento, avevo sottolineato la perdurante opportunità di distinguere tra scienze sociali e servizio sociale, teoria e prassi, scienze umane e teologia, professionalità sociologica e dimensione etica personale.

Il paper ora in discussione riconosce correttamente di porsi sul piano di una riflessione e ricerca sociologica (di scienze sociali): esso utilizza per la maggior parte contributi di scienziati sociali (sociologi ed economisti), anche se non mancano – vista la vicinanza di tematiche e di interessi di Social One – gli apporti di filosofi che si sono occupati di questioni etiche e spirituali (cfr. Kierkegaard, Nietzsche, ma anche filosofi-sociologi come Simmel e Schutz).

Resta comunque, in chi ha lavorato a questo ‘pre-progetto di ricerca’ - così come credo nella maggior parte dei partecipanti a questo Seminario -, qualcosa sullo sfondo che definirei il nodo del rapporto tra scienze sociali, spiritualità e azioneimpegnata nel sociale (quest’ultima può corrispondere ad un impegno radicato nella dimensione religiosa-spirituale, come è – almeno nella proposta – l’agire orientato all’agape).

Il nodo non è certo sorprendente per chi opera da scienziato e ricercatore sociale e nello stesso tempo sente fortemente l’appello ai valori religiosi e spirituali a cui è orientata la propria vita; per di più, per chi vive l’esperienza religiosa cristiana non solo come impegno personale ma come elemento che s’inserisce attivamente in un Movimento (ad es. Movimento dei Focolari, S.Egidio, Comunione e Liberazione, ecc.) può diventare ancora più pressante l’esigenza di cogliere corrispondenze, legami, sinergie, elementi di creatività tra valori-esperienza religiosa e il proprio ruolo di ricercatore-scienziato sociale (o scienziato tout court). Ma, appunto, è un nodo che presenta parecchie sfaccettature e problemi non facili, probabilmente anche aporie nel momento in cui si passa con disinvoltura dal piano della sociologia a quello della filosofia, come fa del resto già Simmel nelle sue opere.

Un punto di riferimento iniziale che mi sembra a questo riguardo straordinariamente pertinente e interessante è un documento collettivo di respiro universale (oggi si direbbe in linea con la mondializzazione e globalizzazione) elaborato da un gruppo di persone autorevoli provenienti da tutto il mondo che risale a ben 43 anni fa e che appare ancora “giovane” e creativo, capace di adattarsi anche ad una situazione socio-economica, culturale e religiosa come quella di oggi. Questo documento – che credo oggi andrebbe riletto con attenzione empatica da tutti coloro che si trovano a vivere con passione il nodo di cui dicevo - non è nient’altro che la Gaudium etSpes, ovvero la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel Mondo contemporaneo, elaborata dai padri del Concilio Vaticano II ed approvata “unitamente ai Venerabili Padri, nello Spirito Santo” da Paolo VI, Vescovo della Chiesa Cattolica, in Roma, il 7 dicembre 1965.

Questo documento ispirato e indimenticabile (un documento che richiama nella sua fiducia verso il mondo e tutti gli uomini la celebre e anonima Lettera a Diogneto del II secolo), ma forse oggi in parte dimenticato all’interno della nostra stessa Chiesa, parla sin dall’inizio di gioie e di speranze degli uomini tutti, accanto a tristezze e angosce. Tra molte altre cose la Gaudium et Spes ce ne dice – a mio parere - tre che ci interessano qui in particolare:

1. ci parla di “segni dei tempi”, che la Chiesa ha il dovere permanente di scrutare e interpretare alla luce dei Vangeli (par. 4); ora, su questo punto possiamo trovare una forte convergenza con il compito delle scienze umane e sociali, dato che anche noi in quanto sociologi e ricercatori di scienze sociali abbiamo il primario compito di descrivere-comprendere i sistemi sociali e le relazioni sociali in cui ci troviamo, anche se la nostra griglia di analisi e la nostra finalizzazione non è quella pastorale ma si traduce nell’apporto di conoscenza (e di contributo quindi alla “verità”), compito che la Gaudium et Spes invita ad esercitare con coraggio e libertà;

2.indica espressamente, per la prima volta in modo esplicito, la sociologia accanto ad altre scienze, riconoscendole (con buona pace delle cosiddette “scienze” tout court) un ruolo di conoscenza rilevante: “[…] si faccia buon uso non soltanto dei principi della teologia, ma anche delle scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia” (par. 62);

3.pone al centro della riflessione la dignità della persona umana, considerata nell’“interdipendenza con l’umana società” e – mentre dà ampio riconoscimento ai problemi socio-economici che noi chiamiamo di ordine strutturale - afferma il primato del “bene delle persone” sull’ordine e il progresso sociale: “Nell’ordinare le cose ci si deve adeguare all’ordine delle persone e non il contrario,secondo quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (par. 26). E’ evidente il collegamento (presente anche nelle preoccupazioni del paper qui in discussione) che si può tracciare con il lungo dibattito teorico-epistemologico, da Weber e Durkheim in poi, tra approcci sociologici centrati rispettivamente sul sistema e sull’attore.

1.Agire orientato all’agape: i pro e i contro di una proposta terminologica

“Agire agapico” è una locuzione inconsueta, imbarazzante, che mette un po’ a disagio in un discorso sociologico, almeno a prima vista, ma a cui bisogna riconoscere comunque, a priori, il merito di voler battere strade nuove, di far emergere qualcosa di nascosto, “di fatto escluso dall’indagine empirica” della sociologia, come ritengono gli autori del paper[3]. Questo, in generale, dovrebbe essere uno dei compiti basilari degli scienziati sociali: occuparsi di ciò che non è definito, visibile, ancora presente nel dibattito socioculturale. E poi, per chi riconosce l’esistenza del nodo di cui sopra, il tentativo non è così sorprendente, anzi è qualcosa che ci si poteva attendere emergesse.

Il termine “agape”, poi, richiama l’amore-agape o carità, di cui in particolare al celebre Inno alla caritàdi Paolo in Corinti I, in cui il referente – come quasi sempre nelle epistole paoline – non è un singolo cristiano ma una comunità, quella di Corinto nella fattispecie, che, appunto, viene invitata a praticare in forme e creative un amore-agape. Questo mi sembra vada sottolineato per due ragioni:

- l’agire orientato all’amore-agape è di solito praticato in un contesto comunitario che è anche socialmente visibile, come in molte epistole paoline e nelle lettere giovannee o come all’inizio degli Atti degli Apostoli in cui si parla della comunità dei credenti; o anche come traspare da diversi punti della Lettera a Diogneto, per restare ai primissimi secoli del cristianesimo;

- in secondo luogo, agape richiama ancora oggi il contesto del convivio, della convivialità, non a caso essenziale per il banchetto eucaristico, centro della vita cristiana, sin dal I secolo e rimasto tale fino ad oggi.

L’agape dunque mi sembra poco adatto all’esercizio di elaborazioni concettuali – come quelle di Boltanski, a mio parere opinabili, in parte adottate ma poi criticate e dismesse dal paper [4] – che fanno riferimento ad un singolo attore, proprio per la valenza semantica del termine che evoca un contesto relazionale, di “scambio” e condivisione dei gesti di carità.

Un altro aspetto basilare che mi lascia perplesso – ed è il pendant del primo - è il fatto che un termine così forte e impegnativo sul piano spirituale andrebbe usato in sociologia tenendo conto che ogni agire umano è ambivalente, nelle intenzioni anzitutto oltre che nei risultati, è difficilmente giudicabile ed è inseparabile da altre componenti dell’azione: lo si vede bene in ogni gesto della vita quotidiana (anche quelli apparentemente generosi possono celare altre motivazioni e pulsioni, o avere altre “funzioni” come diciamo in sociologia riferendoci alla lezione di Merton). E persino le persone più generose ed eroiche riconoscono la loro inadeguatezza nell’azione, che non è esclusivamente orientata all’agape ma commista ad altre motivazioni e intenzioni: san Francesco, citato nel paper come esempio sommo di “agire agapico”, si diceva un grande peccatore, così come in genere tutti i santi.

Come risolvere questo problema che è anche teorico? Forse abbandonando le pretese definitorie (dal momento che homo agapicus è anche nello stesso tempo un uomo manchevole e incapace di amore) o facendo un salto deciso nei confronti dei “fatti”, delle realizzazioni concrete? Come ad esempio, le “opere di misericordia” realizzate in ambito cristiano dal Medioevo in poi, molte delle quali sopravvissute ancora oggi per dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, visitare gli infermi, accogliere gli stranieri, e così via. E poi tenendo presente che il male è in ciascuno di noi, si può annidare anche nelle azioni apparentemente più disinteressate e caritatevoli: sempre Paolo nella Prima Lettera ai Corinti ci mette in guardia da azioni persino eroiche come dare il proprio corpo per essere bruciato se ciò non è sostenuto dalla carità-agape.

Forse un deciso scatto della sociologia oggi potrebbe essere contenuto nel fatto di voler affrontare il problema del male, in una chiave beninteso non teologica o morale [5].

2. Il dono come concetto e come oggetto di un importante filone di ricerca

Venendo ad alcuni aspetti propositivi sul paper, trovo singolare che in esso non sia stata utilizzata nel paper l’oramai consistente corpus di ricerca sul Dono, svolta non tanto dagli etnoantropologi sin dall’inizio del Novecento (cfr. M.Mauss, Essai sur le don, Paris 1925) ma da una nuova corrente di socio-antropologia che da una quindicina d’anni sta esplorando il campo con risultati notevoli.

Per inciso, non mi riferisco alla bibliografia, anch’essa consistente, ma molto specifica e spesso ‘orientata’ in senso univoco, di chi ha studiato il volontariato e il privato-sociale. Mi riferisco al MAUSS (Mouvement Anti-Utilitariste dans les Sciences Sociales) di Parigi, con i contributi di studiosi canadesi e francesi, specialmente di Godbout e Caillé: in particolare, il lavoro di Godbout su Lo spirito del dono(Parigi 1992, trad.it. Torino, Bollati Boringhieri 1995)è un’opera innovativa, di svolta, che ha avuto anche in Italia un’importante recezione.

Nel nostro Paese mi permetto di rinviare anche ai miei studi, sin da quando il Dono venne inserito tra i fenomeni “interstiziali” della vita quotidiana in quanto marginali rispetto alle logiche prevalenti, in questo caso rappresentate dal Mercato e dal Welfare [6]: in essi facevo riferimento ad un’opera fondamentale e fondativi quale il De beneficiis di Seneca (che non è stato citato né utilizzato da Godbout), che a sua volta risente del clima del cristianesimo a Roma del I secolo. In un successivo volume collettaneo del 2000 dedicato al dono, con apporti tra scienze sociali e teologia, si fa riferimento espressamente al mondo cristiano e ai vangeli, e tra l’altro alla parabola del buon Samaritano, esempio paradigmatico di persona caritatevole [7].

L’interesse di questi studi mi sembra soprattutto quello di aver mostrato che il dono moderno è possibile, praticabile e praticato attraverso forme quali il “dono agli estranei” che hanno presupposti del tutto analoghi se non coincidenti rispetto a quelli indicati nel paper [8] per l’agire orientato all’agape.

Sono rilevanti inoltre, a mio parere, altri tre aspetti che così sintetizzerei:

a.il dono, riscoperto come fenomeno interstiziale nei rapporti sociali in quanto relegato ai margini, rappresenta in realtà una categoria forte di interpretazione delle dinamiche presenti anche oggi nel mondo contemporaneo;

b.il dono va assunto nella sua fattualità, attraverso gesti che esprimono accanto al dono beneficium il dono-munus, il dono interessato a vari livelli, il cosiddetto “iperdono”; rinvio in proposito ad uno schema interpretativo recente sul dono e le sue funzioni, apparso sulla rivista Aggiornamenti sociali [9] (3, 2004). In questo modo si stabilisce una sorta di ancoraggio degli atteggiamenti (intenzioni del donatore) a forme, risultati e conseguenze-funzioni concrete

c.il dono, allorché viene condiviso nella sua logica seduttiva (io ri-dono liberamente e ri-dono perché è bello, non perché mi sento in obbligo), dà origine a comunità di dono: dalla famiglia al convento, dalle comunità di recupero di soggetti deboli a molte altre forme in cui la carità-agape è, in linea di massima almeno, il criterio della relazione e dello scambio tra gli attori-persone partecipanti.

3.Alcune indicazioni conclusive

Certamente condivisibile è il messaggio generale del paper [10] che propone una rivalutazione della dimensione soggettiva rispetto a quella oggettivo-strutturale. Si tratta peraltro di un orientamento, quello di ridare centralità al soggetto, che è condiviso oramai in termini teorici e metodologici da molti ricercatori. P. Berger, qui citato meritoriamente a proposito dell’Homo ridens (opera di valore di alcuni anni fa che credo non molti abbiano letto in Italia), non viene invece – stranamente – indicato per l’importante teorizzazione sulla costruzione sociale della realtà, elaborata in un libro ormai classico insieme a T. Luckmann [11].

Il punto, se mai, è quello di ripensare in modi sociologicamente corretti e condivisibili il concetto di persona, rispetto a quello di comunità o di sistema sociale. Credo che qui l’opera classica ma ancora di grande rilevanza di E. Mounier – la sua opera sulla Rivoluzione personalista e comunitaria del 1935 e il seguente Manifeste au service du personnalisme (1936), che ha influenzato in grande misura per decenni il cattolicesimo europeo, anche attraverso la rivista Esprit- sia ancora ricca di spunti e di idee da proporre oggi , proprio per una riflessione sull’agire orientato alla carità-agape, e in particolare su una “Economia a servizio della persona”. Cito dal Manifeste, a proposito di una ‘Tecnica dei mezzi spirituali’, quando Mounier indica espressamente “una ascesi dell’azione, fondata sulle esigenze primarie delle persone” e non esita a parlare di “meditazione e ritiro necessari per liberare l’azione dall’agitazione”, di un “senso di spoliazione (e cioè kenosis), che è una ascesi dell’individuo” (p.645).

Concludo con una constatazione che si potrebbe considerare a cavallo tra sociologia e filosofia della vita quotidiana.

Che ci piaccia o no, la vita nel mondo contemporaneo – quella vita quotidiana che rappresenta la dimensione privata di ciascuno e che si connette alla vita pubblica di alcuni e comunque agli eventi pubblici dotati di “centralità” – è intessuta di azioni che hanno motivazioni molto differenti tra loro. Per quanto ci è dato osservare con gli strumenti (deboli e imperfetti, ma pur sempre utili nella modernità) delle scienze sociali, i comportamenti umani ispirati al dono gratuito e puro (e cioè all’agape, a grandi linee) sono un’eccezionerispetto alla regola, sono cioè residuali o interstiziali. I comportamenti più diffusi risultano infatti quelli di due altri tipi: quelli conformi alle regole (giuridiche, sociali, culturali) e quelli devianti (illeciti, anticonformistici ecc.); al limite, si potrebbero aggiungere qui i comportamenti che contengono un mix di compliance e di devianza.

Nella situazione in cui si trova oggi il nostro paese, credo che sarebbe già un sollievo assistere ad una prevalenza di comportamenti non devianti, e cioè di osservanza dello Stato di diritto nelle sue manifestazioni anche più capillari (passare al semaforo con il verde, rispettare le strisce pedonali, non danneggiare le cose e strutture pubbliche, raccogliere i rifiuti, rispettare le regole di uso dei servizi di tutti i tipi, ecc.) e delle norme sociali che i diversi gruppi si sono date.

Un compito urgente, anche per chi ritiene di orientare la propria azione verso il tentativo dell’amore-carità (agape), credo sia quello di aiutare a ristabilire regole di convivenza normale e fiducia reciproca tra tutti coloro che hanno avuto in sorte il dono di nascere o di vivere in questo paese meraviglioso e straordinario che si chiama Italia.

Una postilla, ex-post

Alla luce dello svolgimento dei lavori del seminario, in cui si sono succeduti contributi arricchenti di parecchie persone e di numerose prospettive disciplinari, vorrei aggiungere alcuni ulteriori elementi di riflessione al mio contributo. Si tratta di semplici suggerimenti fatti “dall’esterno” al Gruppo Social One, ma con spirito di viva partecipazione ad un’impresa che potrà essere creativa e significativa se condotta con perizia e attenzione alle problematiche teorico-metodologiche delle scienze sociali.

1.La logica squilibrante del Dono

Il dono, richiamato sopra come complemento quasi necessario di una riflessione sulla carità-agape, mette in evidenza il problema chiave di ogni relazione umana e sociale, quella della equità o giustizia. Il dono infatti contraddice, con un sovrappiù di cui è portatore, questa logica e crea uno squilibrio che “provoca” il donatario, colui che riceve il dono e che si trova – da sempre, in tutte le collettività e in tutte le culture, fino ad oggi – davanti al dilemma: accettare e ricambiare il dono? E come? E in che misura? E quando? Il dono ha una logica squilibrante che contraddice quella del mercato, della legge, dello stesso Welfare state dove tutto è prestabilito e predetermina un equilibrio tra i soggetti implicati nella relazione interpersonale e sociale. Nel dono autentico – che è ben diverso dal dono interessato, il quale mira in sostanza ad attuare uno scambio e anzi a lucrare attraverso di esso - alla logica del do ut des o del diritto-dovere si sostituisce una logica completamente diversa, di tipo seduttivo. Così, chi ha ricevuto ridarà liberamente, e lo farà non perché è obbligato (come avveniva in tutte le società e culture del passato, dove al dono corrispondeva obbligatoriamente l’accettazione del dono e l’obbligo di restituire un contro-dono) ma perché si è lasciato conquistare, sedurre liberamente dalla bellezza, dal “fascino” del donare, persino dalla superiorità in termini umani e relazionali del dare rispetto al ricevere. Allora, ogni dono ridato sarà maggiore di quello ricevuto – come avviene sempre in una comunità di dono, anche quella di due amanti – e creerà uno squilibrio ulteriore in termini di debito liberamente contratto e che sarà liberamente ricambiato, con un dono ancora e ancora più grande.

2. Il titolo del progetto di ricerca

Naturalmente il titolo di un Progetto di ricerca è importante, tanto più in un caso come questo in cui lo sforzo è quello di mettere in luce tipi di agire umano o comportamenti che si ritengono trascurati, dimenticati, non concettualizzati dalle scienze sociali.

In questa prospettiva, e alla luce della discussione del seminario, vorrei suggerire di mitigare e integrare la prospettiva dell’“agire agapico” (o agire orientato alla carità-agape) con quella del “dono”, che ha il vantaggio di essere una categoria di fondo delle relazioni umane e sociali e di corrispondere ad un approccio già presente e chiaramente identificabile in termini scientifici in sociologia, antropologia ed etnologia.

In altri termini, e nell’interesse della stessa efficacia dell’indagine, vorrei suggerire un titolo del tipo

“Agire orientato all’agape, dono e istituzioni”,stante il fatto che dono è categoria generale e “fattuale” molto ampia, che comprende anche il dono non corrisposto, le forme di Dono diverse dal dono-beneficium (per restare a Seneca), come il dono avvelenato, il dono fastoso, il dono interessato (a vario titolo) e l’“iperdono” (dono eccessivo che tende a bloccare psicologicamente e a vincolare il donatario). L’agire agapico potrebbe essere così riferito esclusivamente alle realtà in cui effettivamente si realizzano situazioni di carità-agape condivise (quelle in cui, secondo l’espressione di Godbout, si attua l’anello del dono, e cioè il suo circolo virtuoso): esempi di quest’ultimo tipo sono quelli che sono stati illustrati – con riferimento ad esperienze del Movimento dei Focolari - per l’Algeria e il Lussemburgo, nel corso del secondo giorno del seminario. Molti altri esempi potrebbero essere analizzati: quelli di comunità in cui il Dono è scambiato effettivamente, come avviene (o può avvenire) nelle famiglie, nei monasteri, nei movimenti, nelle comunità per il recupero di soggetti deboli ecc.

E inoltre sembrano essere queste le situazioni in cui anche le “istituzioni”, specialmente pubbliche, vengono toccate, coinvolte, rinnovate o reinventate da pratiche di agire comunitario improntate alla carità-agape.

Il dono resterebbe così come elemento più ampio di ogni espressione anche estemporanea di forme di carità-agape: richiamo a titolo di esempio, in questa linea, gli oltre duecento casi di questo tipo riportati da una singolare e meritoria inchiesta giornalistica condotta alcuni anni fa da uno dei più noti vaticanisti italiani, L. Accattoli [12]. Inoltre, il dono – espresso o meno in fatti strutturali o istituzionali – sarebbe così studiabile come esito di un agire che può accomunare ogni persona indipendentemente dalla sua fede, proprio perché chi crede nell’azione dello Spirito sa che Esso soffia dove vuole e dunque non è prerogativa dei cristiani.

3.Un caveat

In conclusione, uno studio sociologico dell’agire orientato alla carità-agape (e al dono) non può prescindere da almeno due aspetti, che sono importanti da porre e precisare in termini metodologici e di disegno di ricerca:

-i comportamenti di dono o orientati all’agape possono essere ambivalenti, frutto di intenzionalità che alternano motivazioni e comportamenti autenticamente caritatevoli ad altri; le stesse istituzioni nate dichiaratamente per sviluppare questi orientamenti possono aver tradito o tradire tali fini;

-il problema del male, pur essendo teologico e morale, non può non essere tenuto presente in qualche modo in questo ambito: riferimenti utili saranno quelli al tema dei Valori condivisi in una società, specie oggi con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 e quelli alla categoria di “disordine stabilito” introdotta da E. Mounier negli anni Trenta a proposito della rivoluzione personalista e comunitaria.

[1] Professore straordinario, insegna Sociologia e Sociologia economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

[3]Ibidem.

[4]Ibidem.

[5]Mi permetto di rinviare qui a due miei contributi: G.Gasparini, “La dimensione sociale del male e l’assuefazione al male”, Servitium, 102, nov.-dic.1995; Id., “Un bosco disetaneo”, Vita e Pensiero, 6, nov.-dic.2001).

[6] Cfr. G.Gasparini, Sociologia degli interstizi – Viaggio, attesa, silenzio, sorpresa, dono, B.Mondadori, Milano 1998.

[7]Il dono, a cura di G.Gasparini, ed.Lavoro, Roma 2000.

[8] M. Colasanto, G. Iorio, Sette proposizioni sull’homo agapicus, Nuova Umanità, n. 182, 2009.

[9] G.Gasparini, “Il dono: tra economia e società”, Aggiornamenti sociali, 3, mar.2004.

[10]Ibidem.

[11] P.Berger, T.Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna 1969.

[12] L.Accattoli, Cerco fatti di Vangelo, Sei, Torino 1995.

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