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Scienze sociali in dialogo

La scuola di artigianato di Santa Maria di Catamarca (Argentina).

Un'esperianza di sviluppo locale incentrato sulla reinterpretazione della cultura tradizionale

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Silvia Cataldi Rolando Cristao

 1. Il caso di studio

Ci troviamo in una regione a nord dell’Argentina, quella del NOA. Si tratta di una regione meno europea di quella del sud, più mestiza (meticcia), e soprattutto si tratta di quella che viene chiamata la culla dell’uomo argentino, ossia di una regione popolata fin dall’antichità da grandi civiltà, di origine pre-incaica, in cui si sono susseguite popolazioni molto diverse (yocavil, inca e dominazione spagnola). 

Alcuni aspetti riflettono in modo inequivocabile l’arretratezza economica dell’entroterra argentino della regione del NOA:

  • A livello produttivo, si può notare che, nonostante il clima arido e ventoso, l’economia continua a basarsi principalmente sull’agricoltura e sull’allevamento. Il terziario è presente solo in piccola parte e non crea forte occupazione. Il settore turistico sta ricevendo qualche impulso, grazie alla presenza di un importante museo archeologico e di rovine preincaiche presenti nella valle. Praticato è inoltre l’artigianato che conta un grosso numero di produttori. A 100 km da Santa Maria è presente inoltre una grossa miniera d’oro, gestita da una multinazionale australiana e canadese, che porta occupazione a operai non del posto.
  • A livello sociale è molto accentuata la forbice tra ricchi e poveri e si riscontra poca mobilità verticale e orizzontale: a Santa Maria di Catamarca esistono cinque o sei famiglie che sono diventate benestanti, fornendo intermediazione con i grandi commercianti dei centri urbani. Contadini, artigiani e operai salariati compongono la classe più povera. Inoltre, il livello di vita della classe media è notevolmente spostato verso il basso. Esiste poi un forte flusso di emigrazione verso le grandi città, specialmente tra i giovani che vanno a cercare occupazione altrove.
  • La produzione culturale del posto è caratterizzata da una forte impronta occidentale. Ciò è evidente nel sistema scolastico, che - diversamente da ciò che avviene in altre zone argentine, in cui è stato realmente applicato l’accordo 101 sulla protezione delle popolazioni indigene, stipulato dal governo nazionale - non prevede il bilinguismo, né l’insegnamento della storia india. Indicativo della dimenticanza della cultura indigena è il fatto che a Santa Maria non siano dedicate strade agli eroi preincaici, incaici o della resistenza al dominio spagnolo.

In tale contesto una donna santamariana incarna la scintilla ispiratrice dell’esperienza del nostro caso di studio: si tratta di Donna Villa, che dopo ad aver partecipato nel 1970 ad un incontro di spiritualità dell’unità, accolse l’invito evangelico a morire per la propria gente (Lubich 2001). Sulla scia di questo invito, Dona Vila, insieme ad un gruppo di persone che vivevano nel suo quartiere (che chiameremo d’ora in poi gruppo fondatore), ebbe l’idea di fondare una piccola scuola dedicata a donne e adulti disoccupati del posto.

La prima lezione di questa scuola si svolse il 7 ottobre del 1970 sotto un grande albero algarrobos, con pochi mezzi a disposizione. Vennero così avviati dei piccoli corsi di formazione per i più poveri che prevedevano materie quali: alfabetizzazione, cucito, ricamo, falegnameria, infermeria. Il presentarsi di un momento di crisi nella seconda metà degli anni ‘80 fu da stimolo per l’inclusione di nuovi soggetti nell’iniziativa. Nel 1986, infatti, la scuola si ritrovò all’improvviso senza alcun locale presso cui svolgere le proprie attività: la famiglia che aveva messo a disposizione fino a quel momento la casa, chiedeva indietro i locali per un motivo privato di particolare urgenza. A quel punto, venne l’idea di costruire un nuovo locale ad hoc.

Attraverso il movimento giovanile del Movimento di Focolari fu quindi organizzato nel periodo estivo di gennaio del 1987 il primo campo di lavoro, che radunò i giovani di Cordoba, Salta e Tucuman per il sostegno dell’escuelita. In quell’occasione vennero svolte attività di formazione varie e di costruzione di due nuove stanzette su un terreno di 500 mq donato alla comunità. Nello stesso anno, in agosto, nel corso di una visita in Argentina organizzata per un altro progetto, un’operatrice dell’ONG Azione per un Mondo Unito (A.M.U.) si recò la prima volta a Tucuman. Ed è proprio da questo viaggio che nel 1987 nel nostro caso di studio entra un nuovo soggetto: l’A.M.U. Questo incontro diede luogo ad una istituzionalizzazione delle relazioni che si cristallizzarono in rapporti tra precisi enti organizzativi: l’A.M.U. da una parte e l’associazione PRO.AR.VA. dall’altra. Nel 1988, infatti, si sentì l’esigenza di costituire una controparte del progetto: venne fondata così giuridicamente l’associazione PRO.AR.VA. (Promozione Artigianato delle Valli). L’associazione rappresentò dunque la controparte del progetto di cooperazione e con il tempo andò specializzandosi e creando la propria burocrazia, secondo il processo di razionalizzazione e specializzazione funzionale indicato da Weber (1922/1961).

Nel frattempo, difficili furono gli sforzi per approvare il progetto di cooperazione, che fu ufficializzato dal Ministero degli Esteri italiano solo nel 1993, dopo un percorso travagliato di ricerca dell’ente finanziatore. Nel triennio 1994-1997, dunque, attraverso l’A.M.U. il progetto di cooperazione fu finanziato dal Ministero degli Esteri italiano. Questo periodo rappresenta un momento di svolta per la scuola, non solo perché trovò i fondi di finanziamento, ma soprattutto perché, prendendo il nome di “Scuola Aurora”, si trasformò da ente di formazione professionale a ente di valorizzazione della cultura locale, puntando sull’artigianato. In seguito, il progetto fu economicamente sostenuto dalla C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana) per il biennio 1998-1999.

Il processo di istituzionalizzazione trovò la chiusura del cerchio nel 2004, quando, a dicembre, la scuola venne finalmente riconosciuta presso il Ministero della Pubblica Istruzione di Catamarca in qualità di Centro Privato di Formazione Tecnica in Artigianato, e nel 2005 quando venne  firmato il decreto che prevede il 100% del sostegno degli stipendi sia del corpo docenti, sia delle cariche sociali da parte dello Stato argentino. Si trattò di un passo importante che segna non solo l’autonomizzazione della scuola, ma anche il riconoscimento di un modello formativo umano a tutto campo: è infatti la prima scuola ad essere titolata come Istituto Professionale di Artigianato in Argentina e della seconda ad essere riconosciuta tale in tutta l’America Latina.

2.  La ricerca

Gli obiettivi principali della ricerca empirica consistono nella “ricerca di tracce di agire agapico”, così come individuate nell’ambito delle sette proposizioni suggerite da Colasanto e Iorio (Colasanto e Iorio 2009, p. 275).
Sforzo e risultato importante della ricerca è stato lo svolgimento dell’indagine stessa che è stata condotta da un team di ricercatori europei e argentini insieme, con l’intento di cogliere e ‘comprendere’ - nel rapporto di circolarità ermeneutica che sussiste tra il ‘comprendere attuale’ e ‘comprendere esplicativo’ - più da vicino i significati afferenti alla cultura locale e alle logiche della cooperazione internazionale. Inoltre, la ricerca ha coinvolto direttamente anche i santamariani, la popolazione nativa, nell’ottica di una reciprocità – pur nella differenziazione dei ruoli e delle competenze – tra sociologi e attori sociali. La partecipazione della popolazione locale e di tutti gli altri attori coinvolti è infatti avvenuta sotto quattro livelli:

a) la condivisione della rilevanza dell’argomento di analisi fin dalle fasi precedenti alla strutturazione della ricerca stessa;

b) il coinvolgimento degli attori nella fase iniziale dell’indagine attraverso un ruolo attivo nell’orientamento dei ricercatori e nella predisposizione dei vari step di ricerca;

c) la valorizzazione degli attori sociali nel corso della fase di rilevazione;

d) il coinvolgimento della popolazione locale e di tutti gli altri attori coinvolti nell’esperienza della ricerca nella fase di stesura del report e di analisi dei risultati attraverso momenti di condivisione degli output dell’indagine.

Trattandosi dunque di un progetto prettamente esplorativo-descrittivo, sono stati privilegiati strumenti di ricerca che si caratterizzano per una maggiore apertura alla serendipity ed una più esplicita circolarità tra teoria e ricerca. In particolare, sono stati svolti due tipi principali di analisi: l’analisi documentale e l’analisi di informazioni primarie. Il primo tipo di analisi si è avvalso di materiale documentale, video e fotografico raccolto presso l’ONG A.M.U. e in loco presso la scuola, nonché di una tesi di laurea (Curti 2002). L’analisi di informazioni primarie, si è invece avvalsa di informazioni raccolte attraverso interviste focalizzate a testimoni privilegiati, quali attori sul campo (fondatori, allievi e altri soggetti), attori istituzionali della cooperazione internazionale (direttivi e operatori dell’ONG A.M.U. inviati in loco) e attori non istituzionali dello scambio culturale e della cooperazione (i giovani volontari non locali e gli attori non istituzionali dello scambio culturale e della cooperazione internazionale).

Il materiale raccolto di natura documentale e di natura interattiva è stato analizzato privilegiando il livello ermeneutico e linguistico del discorso attraverso un’analisi del contenuto.
I principali risultati della ricerca possono essere sintetizzati nei seguenti tre punti:

  • inannzitutto la ricerca, partendo dall’ipotesi che l’agire di Dona Vila e del gruppo fondatore possa essere interpretato secondo le caratteristiche tipiche dell’agire agapico individuate da Colasanto e Iorio (2009) con riferimento a Boltanski (1990; 2005), ha cercato di rispondere alla domanda sul tipo di azione che caratterizza l’agire di tali attori. A tale scopo è risultato particolarmente proficuo innestarsi nell’ottica della teoria dell’azione di matrice weberiana per operare tipificazioni e analisi sulle motivazioni e sugli orientamenti motivazionali che hanno spinto all’azione i fondatori;
  • in secondo luogo la ricerca si è focalizzata sull’analisi degli effetti dell’azione, prestando particolare attenzione ai mutamenti intervenuti nell’ambito della condizione della donna e della produzione culturale: per passare al vaglio l’ipotesi di partenza della ricerca, l’indagine si è soffermata sugli ambiti di dirompenza dell’azione, che per l’appunto può essere etichettata agapica se corrisponde ad atto che tra ha tra le altre caratteristiche quella di uscire dai canoni delle aspettative culturali e sociali cristallizzate e “aprire la strada ad una nuova tradizione” (Colasanto e Iorio 2009, p. 269);
  • infine, il caso di Santa Maria di Catamarca rappresenta un laboratorio di creazione di un novum istituzionale (Colasanto e Iorio 2009, p. 273), sotto alcuni specifici aspetti. Esso ha dato vita non solo ad un piccolo risultato, quale è la fondazione della scuola, ma anche alla nascita di nuove modalità di sviluppo locale. Bisogna infatti ricordare che l’area delle valli calchaquì è tra le più povere della regione del NOA e che la storia dell’unificazione nazionale le ha spesso dimenticate, lasciando che diventassero aree soggette allo sfruttamento economico e all’oblio culturale. La leve su cui ha agito lo sviluppo di Santa Maria di Catamarca sono principalmente due: la formazione e la produzione artigianale. Su queste due leve in paricolare si è soffermato lo studio di caso, evidenziando – anche in maniera critica – la circolarità positiva che è intervenuta nell’attivazione di un percorso di dialogo sociale tra la società civile, di cui la scuola è espressione, e le istituzioni territoriali, nonchè di un percorso di sviluppo, nell’ottica di un nuovo modello di sviluppo endogeno e glocale, che ha come riferimento la progettualità e che rivaluta le componenti volontaristiche e immateriali (Zanfrini 2011).

Riferimenti bibliografici

L. BOLTANSKI (1990), L’amour et la justice comme compéntences, Éditions Métaillié, Paris.
L. BOLTANSKI (2005), Stati di pace. Una sociologia dell’amore, Vita e Pensiero Edizioni, Milano.
M. COLASANTO, G. IORIO (2009), Sette proposizioni sull’homo agapicus. Progetto di ricerca per le scienze sociali,  “Nuova Umanità”, n. 182, 2009/2, pp. 253-278.
M. COLASANTO, G. IORIO (2011), L’agire agapico come categoria interpretativa per le scienze sociali, relazione presentata al convegno promosso da Social-One, Castelgandolfo 17-18 gennaio 2011, manoscritto.
M. CURTI (2002), Per un’arte di popolo. Una lettura antropologica dell’artigianato a Santa Maria di Catamarca, Tesi di laurea in antropologia culturale.
C. LUBICH (2001), Colloqui con i gen  anni 1975-2000, Città Nuova, Roma.
M. WEBER (1922), Wirtschaft und Gesellschaft, Tubinga; trad. it., Economia e società, a cura di Rossi P., 2 vol., Edizioni di Comunità, Milano, 1961.
L. ZANFRINI (2011), Introduzione Il dialogo sociale come strumento per uno sviluppo condiviso, in Il dialogo sociale in Europa. Esperienze e proposte, a cura di M. COLASANTO, G. IORIO, L.ZANFRINI, Rubettino, Soveria Mannelli, pp. 9-70.

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