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Scienze sociali in dialogo

Tavola Rotonda su: Dialogo sul tema della fraternità in vari ambiti culturali

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Luca Crivelli

Economista, professore all’università di Lugano

Vera Araújo: Prof. Crivelli, l'economia oggi fa la parte del leone nella società globalizzata. Il mercato comanda e determina la vita dei popoli e delle società con i suoi valori o disvalori, con i suoi processi, con la sua cultura. La conseguenza, purtroppo, è una società più concorrenziale e conflittuale che non solidale e armoniosa; più avida di consumo e di avere che non di condivisione e di dono, checché ne pensassero gli economisti del‘700. Lei vede nelle teorie economiche moderne e nelle tante iniziative di economia sociale e civile nate in questi decenni, qualcosa che indichi, o meglio, che richiami la fraternità come categoria utile anche all'economia?

 

Prof. Crivelli: Sta crescendo, anche tra gli economisti, la coscienza che un'espansione ipertrofica della logica mercantile, dei rapporti strumentali dettati dal solo interesse personale potrebbe condurre ad una progressiva desertificazione della società. Senza necessariamente condividere le posizioni dei critici più radicali, come Serge Latouche, convinti che qualunque forma di mercato distrugga virtù civili, fiducia e capitale sociale, sono in molti ad avvertire oggi la necessità di fondare l'agire economico su più dimensioni, affinché nel mercato trovino spazio, accanto alla libertà di espressione e di ricercare il proprio interesse, anche altre dimensioni quali l'equità e la giustizia, il senso di responsabilità e la reciprocità, il dono e la gratuità.

Sono rimasto colpito dal contenuto dei discorsi che i grandi del mondo hanno fatto pochi giorni fa a Davos, in occasione del World Economic Forum. Sono state formulate proposte che eravamo abituati ad ascoltare piuttosto a Porto Alegre. Forse rimarranno solo belle parole, ma in ogni caso il fatto che simili discorsi siano stati pronunciati costituisce già un fatto storico, "un segno dei tempi".

In questi anni uno dei settori più promettenti nel quale si è lavorato, sul piano teorico e sperimentale, concerne il modello di uomo con il quale l'indagine economica deve fare i conti. Ci si sta rendendo conto che teorie riduzioniste come quella dell'homo oeconomicus finiscono con il modificare il proprio oggetto di studio (l'uomo), legittimando e dunque favorendo la diffusione di comportamenti auto-interessati e antisociali. Nelle scienze sociali le teorie non sono mai strumenti "neutrali" di conoscenza. Per questo ritengo particolarmente significativi gli studi pubblicati negli ultimi 7-8 anni da economisti molto influenti, realizzati spesso in collaborazione con ricercatori di altre discipline sociali, su argomenti quali la reciprocità, la fiducia, lo spiazzamento di motivazioni intrinseche determinato dall'uso di incentivi monetari, il ruolo del capitale sociale per consentire il buon funzionamento di imprese e istituzioni ed il rischio che la competizione in termini di consumo posizionale spiazzi la produzione di beni relazionali.

Alcuni di questi lavori hanno sottolineato il fatto che la performance economica dipende fortemente dalle istituzioni e dalla cultura dei soggetti che compongono il tessuto sociale. Una cultura marcatamente individualistica tende a produrre risultati diversi, in termini di benessere e di produttività, rispetto ad una cultura della reciprocità. Per questo è importante riconoscere che una politica culturale volta ad incoraggiare il ricorso alla reciprocità ed a favorire la presenza, nelle pieghe della società, di soggetti attenti alle relazioni interpersonali genera risultati superiori, anche dal profilo della performance economica, rispetto al semplice promuovere l'efficienza tramite incentivi monetari, che di fatto esasperano i comportamenti individualistici ed autointeressati. Mi sia concesso citare a questo proposito un'esperienza che conosco da vicino, denominata Economia di comunione. Si tratta di un progetto che coinvolge oggi 800 aziende in tutto il mondo e che afferma, con la sua stessa esistenza, che l'attività economica può dare spazio al suo interno a più principi, spingendosi dunque oltre la logica dell'interesse e della razionalità strumentale. Nelle aziende EdC una risorsa fondamentale è la matrice culturale che ispira tutto il progetto, denominata "cultura del dare". Questa cultura incoraggia a vivere i rapporti commerciali e lavorativi come occasioni di incontro autentico tra le persone, considera le imprese un bene sociale e una risorsa collettiva, trascende l'idea di mercato come luogo di sola efficienza e di rapporti strumentali. Nel pensare e vivere l'economia così, e nel restare a tutti gli effetti imprese inserite nel mercato, l'esperienza dell'Economia di comunione riunifica mercato e vita civile, efficienza e solidarietà, economia e comunione. Il progetto ha inoltre una rilevanza culturale, poiché ad esso si affianca un lavoro di ricerca e riflessione culturale che ha maturato alcuni frutti significativi: una prima teoria dei beni relazionali ed un importante contributo al dibattito su economia e felicità, con alcune idee-guida per fondare una teoria relazionale della felicità, centrata sulla nozione di persona.

Se è vero, come ha detto qualcuno, che il declino di una società inizia nel momento in cui gli uomini non trovano più dentro di sé la motivazione per legare il proprio destino a quello degli altri, allora è probabile che nessun'altra risorsa sia oggi più utile e necessaria, soprattutto nel mondo economico, della fraternità.

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