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Scienze sociali in dialogo

Tavola Rotonda su: Dialogo sul tema della fraternità in vari ambiti culturali

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Luca Crivelli

Economista, professore all’università di Lugano

A mio parere l'economia è, all'interno delle scienze sociali, la disciplina che più di ogni altra ha creduto di poter fare a meno della categoria della "fraternità". Dei tre valori che hanno ispirato la Rivoluzione Francese, "liberté, égalité e fraternité", solo i primi due sono infatti penetrati realmente nel pensiero economico.

-La libertà è, senza dubbio, il valore che meglio trova compimento nella pratica del libero scambio. I mercati sono il luogo per antonomasia nel quale si incontrano persone libere - libere e dotate di pari dignità. E' utile ricordare che la società mercantile ha sostituito quella feudale, di certo meno libera e più ingiusta, e che lo scambio di equivalenti si produce - nella condizione idealtipica della concorrenza perfetta - su un piano di eguaglianza tra le parti contraenti. Lo scambio rappresenta pertanto un superamento delle relazioni regolate dal principio della gerarchia o della casta di appartenenza e crea le premesse (in termini di libertà ed uguaglianza) necessarie (anche se non sufficienti) affinché possa fiorire la fraternità.

-L'uguaglianza, intesa non solo in termini di potenziale dignità ma anche di reali risorse disponibili e di opportunità di sviluppo economico e sociale, ha guidato la costruzione dei modelli di wellfare, l'assetto dei sistemi tributari e fiscali, le logiche adottate per la redistribuzione del reddito. Tuttavia, per la bassa considerazione attribuita dagli economisti neoclassici alle questioni normative, non si può negare che negli ultimi 30 anni l'uguaglianza abbia ispirato la riflessione e l'azione economica in modo minore rispetto alla libertà.

-Infine la fraternità che per due secoli è rimasta una categoria non rilevante per le riflessioni economiche. Questa sua eclissi ha, a mio parere, finito con il dissociare la libertà dall'uguaglianza, portando alla nota contrapposizione tra Stato e mercato, tra equità ed efficienza (vista da Okun come "the big trade-off"), tra momento della produzione di benessere economico e momento della sua redistribuzione .

Non è questa la sede per indagare nel dettaglio le ragioni per cui la categoria della fraternità non ha trovato adeguati spazi nel pensiero economico. Mi limito a ricordare che a questo risultato non sono di certo estranei l'influenza esercitata sulle scienze economiche dall'utilitarismo ed il ricorso, oserei dire intransigente, all'individualismo ontologico nel descrivere le qualità dell'uomo razionale. Nella teoria delle scelte razionali viene negato a priori il carattere relazionale della persona umana. I valori hanno perso il proprio fondamento relazionale e la propria carica sociale, per assumere una dimensione sempre più privata e soggettiva e ridursi al rango di semplici "preferenze" individuali. In modo più o meno consapevole si è creduto di poter applicare la categoria che in economia contraddistingue la relazione uomo-merci, ovvero il concetto di utilità, anche ai rapporti fra persone. Attraverso una metamorfosi semantica, la felicità - eudaimonia - che qualifica il fiorire delle relazioni sociali, è stata fatta progressivamente coincidere con il concetto di utilità, che definisce la relazione che intercorre tra l'uomo e le merci. Ma questo significa, di fatto, aver ridotto l'ambito delle relazioni interpersonali entro gli stretti confini dei rapporti strumentali. E' ovvio che in un simile paradigma non ci sia spazio per la fraternità. Quest'ultima presuppone, infatti, il riconoscimento del valore e dell'identità dell'altro, percepiti come necessari perché pure io possa esistere in relazione con lui. Nelle relazioni di fraternità l'altro è sempre un fine e non un mezzo per raggiungere i miei obiettivi.

Veniamo ora alla domanda: perché la categoria ‘fraternità' ha qualcosa da dire alle scienze economiche? Poiché si avverte, tra gli stessi economisti, un crescente disagio nei confronti della disciplina ed in particolare della sua incapacità di fornire risposte adeguate ai molti travagli della società contemporanea. Questo disagio è attestato in modo molto efficace dall'economista svizzero B.S. Frey, che nel volume intitolato "Inspiring Economics" constata negli anni ‘80 e ‘90 una perdita di contatto della disciplina nei confronti del mondo reale. L'analisi economica di questo ventennio è contraddistinta da un elevato grado di formalismo e di rigore, mentre la rilevanza e l'originalità delle teorie non conta più di tanto e, soprattutto, i programmi di ricerca raramente sono stati formulati in considerazione dei "mali che affliggono la società", nell'intento di trovarvi un rimedio. Questa situazione rischia di trasformare l'economia da "scienza triste", come soleva definirla Thomas Carlyle nell'ottocento, in "scienza noiosa e insulsa". Quale via d'uscita per superare questa situazione di stallo? L'economista svizzero sottolinea la necessità di tornare a trarre ispirazione dalle conoscenze sviluppate in altre scienze sociali. Dopo anni contraddistinti dall'imperialismo del metodo economico, anni in cui l'economia ha esportato il proprio modello di analisi e le proprie certezze alle altre scienze sociali rimanendo lei stessa impermeabile ai traguardi raggiunti dalle altre discipline, è opportuno invertire il segno di questa particolare "bilancia commerciale", passando ad un'importazione netta di conoscenze dalla psicologia, dalla sociologia, dall'antropologia. Personalmente credo che questa importazione sia già in atto da alcuni anni (basti pensare al nobel per l'economia assegnato nel 1998 al filosofo Amartya Sen e nel 2002 allo psicologo Daniel Kahneman) e sono convinto, ma questa è forse ancora una scommessa per il futuro, che tra le idee più feconde ed ispiratrici per lo sviluppo delle scienze economiche vi sia proprio la categoria della fraternità.

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