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Scienze sociali in dialogo

Tavola Rotonda su: Dialogo sul tema della fraternità in vari ambiti culturali

_45-tavola-rotonda_michele_ intervento di Michele Zanzucchi

Caporedattore del quindicinale Città Nuova, esperto in scienze della comunicazione

Tutto quanto dirò è frutto della riflessione e dell'azione maturata all'interno di NetOne nei quattro anni - pochissimi, a dire il vero - del nostro "coordinamento tra comunicatori".

Parlare di fraternità non è facile nel nostro mondo mediatico, avvezzo piuttosto all'inimicizia. Che lo vogliamo o no, noi operatori dei media abbiamo a che fare quotidianamente con il nemico, individuabile sia all'interno del nostro mondo (il direttore, per citare un caso) che all'esterno di esso (Osama o Saddam, ad esempio). Purtroppo questi nemici si materializzano davanti a noi anche se, pulendoci le scarpe sullo zerbino prima di entrare in redazione, facciamo il proposito irremovibile di non vederli e di non crearceli. In effetti il sistema stesso mediatico - sistema che secondo note e condivise teorie si regge proprio sui contrasti e i conflitti amplificati - sembra fatto apposta per obbligarci a prendere posizione contro qualcuno.

Quindi il comunicatore di professione che voglia prendere sul serio l'invito della fraternità, rischia grosso. Sempre più, in effetti, grazie alla tecnologia e alle sofisticate tecniche di comunicazione, abbiamo la straordinaria possibilità di fare da collante della società o, al contrario, di creare divisioni e separazioni. Ponti o fossati, dipendono anche da noi ormai.

Un esempio? Mi diceva recentemente a Los Angeles Sunta Izzicupo, una italoamericana già vicedirettore della potentissima Cbs, che la televisione ha contribuito in maniera determinante dopo l'11 settembre e tutto quello che ne è conseguito, a impedire l'implosione della galassia americana, concentrando maggiormente l'attenzione dei telespettatori su valori ormai nel dimenticatoio, come la solidarietà, la fratellanza, l'aiuto reciproco, piuttosto che sulla paura, sull'odio, sulla vendetta. Una tesi per certi aspetti discutibile, ma non priva di una certa dose di verità.

Nelle professioni dei media prospera purtroppo la tendenza a "costruirsi" un nemico ad hoc, che permetta di proiettare fuori di noi il male e le tante divisioni che abbiamo dentro di noi. Quindi è necessario mettere una profonda attenzione nei comportamenti all'interno dei media stessi. È lì che può nascere o morire la fraternità, con influenze spesso nefaste anche nel prodotto mediatico stesso. È importante a questo proposito il ritrovarsi, il comunicare tra comunicatori. Vivere la fraternità tra operatori della comunicazione - il che vuol dire, lo ripeto, comunicare da fratelli le proprie frustrazioni, ma anche i propri stimoli, i propri progetti - aiuta a cogliere le qualità e le potenzialità che ci sono in ognuno, spesso riposte in un angolo. E spesso si riesce così a lavorare meglio. Non è buonismo, questo. Perché il buonismo non rischia nulla di sé, è quieto vivere, è rimanere alla superficie dei problemi e dei contrasti. Il buonista è quello che stende veli pietosi su quanto non corrisponde alla propria sensibilità.

Tre conseguenze mi paiono quindi emergere: una prima deriva dal fatto che nell'atto della comunicazione non si è solamente in due (chi parla e chi ascolta, chi dà la notizia e chi la riceve, chi intervista e chi è intervistato), ma c'è sempre un terzo personaggio, che di volta in volta è uno dei protagonisti stessi della comunicazione: può essere colui che assiste ad un'intervista (il lettore, il telespettatore, l'internauta), ma anche i colleghi che verificano quanto diciamo nella nostra trasmissione radio, o, perché no, una categoria di persone di cui si parla in una notizia. La comunicazione non è mai binaria. Ebbene, è questo terzo che più di ogni altro può apprezzare il comportamento dell'operatore dei media che cerca di superare le divisioni, di amare il nemico. Dunque è importantissimo imparare a rivolgersi ai propri interlocutori spiegando attentamente le  situazioni che vengono trattate, nella verità, e quindi coi chiaroscuri che ogni vicenda porta con sé, ma senza voler occultare quanto di speranza esiste.

Una seconda conseguenza riguarda il perdono, che è necessario alla vita personale e sociale, e dunque anche nel nostro mondo mediatico. Nessuno lo richiede per legge, è logico; tuttavia chi lo mette in pratica nel proprio foro interiore (e talvolta anche all'esterno) riesce spesso ad avere una lucidità e una perspicacia che altrimenti non si avrebbe. Non si dice che la rabbia acceca?

La terza conseguenza riguarda la memoria, o meglio, la purificazione della memoria personale e anche di quella storica. Il che significa avere misericordia per gli errori degli altri (e per i propri, come ci ricorda Simone Weil), guardare al bene possibile per porvi rimedio e ripartire da questo bene compiuto insieme. Tutto ciò toglie il comunicatore dal blocco del risentimento che paralizza, o che induce alla vendetta e alle contrapposizioni sterili. Lo toglie anche dal rimpianto, che consiste nel considerare irreparabile il male commesso, mentre la fiducia nelle possibilità future è il motore della vera comunicazione per un mondo più unito.

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