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Scienze sociali in dialogo

"Imparare la diversità".(intervista a cura di Martin Nkafu) 

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  Lucio Dal Soglio.


Martin Nkafu Nkemnkia: Dopo il vostro arrivo a Fontem è andato tutto liscio o ci sono state difficoltà? E come le avete superate?

Lucio Dal Soglio: Per quanto riguarda le difficoltà, senz'altro ci sono state, si può dire che ci sono state dal primo giorno. In questo senso, le difficoltà ci hanno accompagnato per molti, molti anni.

Penso alle difficoltà di ordine culturale. Per esempio, i problemi legati alla proprietà della terra: siamo andati in cima ad una collina ed il chief che ci accompagnava per mostrarci qual era la nostra terra, ci ha mostrato tutta la pianura sotto. Mostrandoci con un ampio gesto tutto quello che c'era sotto, ha detto: "Quello che vedete sotto è tutto vostro". Era il chief Forchap e sembrava Mosè sul Sinai! E noi abbiamo detto: "Bello, almeno questo è chiaro". Poi andiamo a tagliare un piccolo albero, e ci dicono: "No, non potete tagliare quello". E noi: "Come no, se tutto questo è nostro". Rispondevano: "È vostra la terra, ma non gli alberi!". E allora ci siamo resi conto  che c'era forse qualche difficoltà. Nella cultura Bangwa la terra può essere di qualcuno ma gli alberi possono appartenere ad altri. E lì era pieno di alberi, e pieno di palme. Se non tagliavamo le palme non potevamo costruire niente.

Vi era poi il problema delle capanne già presenti. Ricordo quella del papà di Alexander (un giovane che ci aiutava) che abitava in una capanna di tre metri per tre. E noi dovevamo costruire il college proprio lì (una delle condizioni del nostro essere a Fontem era che si  costruisse un college). Gli abbiamo chiesto: "Ma tu te ne vai, vero?". "Me ne vado dove?". "Noi dobbiamo costruire qui il college e questa capanna deve essere demolita!".  Lui risponde: "Questa è la mia città. This is my town. Dove vuoi che vada, se questa è la mia città". E poi, sotto la casa erano sepolti i suoi antenati, questo era il suo posto sacro! Queste erano tutte difficoltà che sorgevano, di natura culturale, come è facilmente immaginabile.

Poi, arrivava quello che voleva essere operato per un‘ernia strozzata. Noi non avevamo nei primissimi giorni neanche il coltello per tagliare il pane in cucina, figuratevi se potevamo fare l'operazione! E dove? Fuori all'aperto? Però vi era questa attesa che la nostra presenza potesse risolvere tutto, e questo era incredibile, ci venivano i brividi ... Dopo, capimmo che era anche una cosa meravigliosa. Non avevamo capito quanto loro credevano nella possibilità che potessimo aiutarli. Tanta è stata anche la loro collaborazione per costruire il college, l'ospedale, il cantiere, l'ufficio meccanico. Siamo stati aiutati nel portare i sassi, il legname, la sabbia - raccoglievano la sabbia nel fiume -: tutto come collaborazione benevola per lo sviluppo di quella che doveva essere la cittadella nostra ma anche Bangwa.

Infatti è cominciata a crescere la cittadella di Fontem non solo come cittadella del Movimento ma come cittadella della popolazione del territorio che era costituita dai Bangwa e da noi.

Questa è stata la cosa assolutamente meravigliosa, della quale noi non ci rendevamo conto. È avvenuto così. Anche le nostre case non sono state recintate, non abbiamo fatto una cittadella chiusa. Perché con gli spazi che erano di qua e di là, con tutti questi alberi e le proibizioni culturali, non potevamo neanche fare grandi fabbricati, eravamo costretti ad essere sistemati a destra e a sinistra, e quindi a costruire una convivenza assieme alla gente.

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