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Scienze sociali in dialogo

Martin Nkafu Martin Nkafu Nkemnkia
Professore presso la facoltà di filosofia della Pontificia Università Lateranense e la facoltà di storia e beni culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana - Roma.

Julius Nyerere, un sociologo africano, nel suo trattato fondamentale Ujamaa 1 affermava che il socialismo africano consiste nell'esperienza della condivisione dei beni fra tutti. È da ciò che si comprende  perché quasi nessun africano è un miliardario. Non c'è posto, per questo, per i capitalisti e per gli sfruttatori. Lo stesso Nyerere sosteneva ancora che avere beni come garanzia del potere e del prestigio è asociale. Per il socialismo, tutti i membri della società debbono poter ottenere tutto ciò che è loro necessario.

Posta la comunione dei beni alla base del socialismo africano, in tale società lo Stato gioca un ruolo importante, dato che la povertà non può essere ridotta ad un agente individuale. Questa concezione si fonda sulla società tradizionale, caratterizzata dalla vita in comune. Infatti, nella società tradizionale africana nessuno manca di cibo, nessuno è privo della sua dignità.

"Ciò è esattamente quello che è riuscita a fare la società africana. Sia i ricchi che i poveri erano assolutamente al sicuro nella società africana. Le calamità naturali portavano la carestia, una carestia però che affliggeva tutti, poveri e ricchi. Nessuno soffriva la fame, né per mancanza di cibo né di dignità umana per il fatto di non possedere ricchezze personali; ognuno dipendeva dalle ricchezze possedute dalla comunità di cui era membro. Questo è socialismo. Nella nostra società tradizionale africana eravamo individui all'interno della comunità. Ci interessavamo sinceramente della comunità e la comunità provvedeva ai nostri bisogni. Non avvertivamo né il bisogno né il desiderio di sfruttare i nostri simili, o di abusare di loro"..." 2. Così Nyerere.

Se vi sono ancora in Africa popoli che vivono in questo modo, tra essi è certamente il popolo Bangwa del Camerun. Il fondamento e l'obiettivo ultimo del socialismo africano è la famiglia allargata. Il vero socialista africano non guarda ad una classe di uomini come a suoi fratelli e ad un'altra come a suoi nemici naturali. Egli non stabilisce un patto con i "fratelli" per lo sterminio dei "non-fratelli" (così ancora il sociologo africano citato).

Le analisi che verranno presentate trattano dell'incontro di Chiara Lubich e la spiritualità focolarina con il popolo Bangwa del Camerun e di tutto ciò che ancora oggi questo comporta e che rende tale storia, tra i focolari e i Bangwa, un'esperienza assai singolare nel mondo. Da essa si evince che l'unità tra razze, culture e popoli è possibile anche quando tutto intorno sembra invitare al contrario, all'odio, alla diffidenza degli uni verso gli altri.

L'esperienza e il messaggio della cittadella di Fontem - che felicemente viene annunciato nel programma del nostro Convegno come "laboratorio di relazioni fraterne" -  sono stati capaci di "informare" una società di decine di migliaia di persone, e garantirne un sano sviluppo esemplare.

Oggi è un giorno storico perché questa esperienza diventa parte della storia non solo del Movimento dei Focolari. La buona riuscita di quest'esperienza è dovuta anche al profondo senso religioso del popolo Bangwa, al segreto della sua disponibilità e alla capacità di apertura all'altro - tanto da fare propria la stessa spiritualità focolarina -. Da tutti questi elementi è stato generato quel laboratorio di fraternità che è Fontem.

1 J. Nyerere, Ujamaa: Essays on Socialism, Oxford University Press, Nairobi –London -New York 1968.

2. Ibid. p.2; pp.6-7.

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